venerdì 16 gennaio 2009

Finire fuori dal bordo


Non è folk. Precisiamolo. Restiamo a ciò che suggerisce la copertina. Vediamo mostri colorati degli schizzi più cruenti su sfondo bianco come foglio di bambino dalle fantasie più crude. Non pensiamo a campi, strade americane al tramonto, a tradizioni canadesi. Anche se dalla Terra dell’Acero si muove, sa già che la sua stanzetta in cui registrava i primi nastri è troppo stretta. Quindi partendosene via coi suoi schizzi per copertine e video, il buon Chad tenta di svirgolare da tutto quello che ormai è pesantemente indie canadese. O folk americano. Inserisce dei pezzettini di elettronica, noise, impazzisce un pochettino (mica tanto), cambia il ritmo per darsi un tono. Però non è saggio cambiare la voce, l’atteggiamento lirico di fondo, e così ci si àncora a tutto quello che già c’è, buttiamo lì Flaming Lips e Arcade Fire ma l’elenco potrebbe essere molto più lungo, quasi infinito. Questa parte non ci interessa. Può essere un bel punto di partenza, l’inizio della riflessione, ma il momento cruciale si sviluppa più avanti sulle tracce più pazze e scatenate, perchè è lì nel passaggio che si coglie uno sbandamento capace di agitare e solleticare. E’ giusto sporcarsi. Contaminarsi. Forse c’è, in Canada, un foglio intonso e bello candido, ma il tratto dei pennarelli di un bambino che conosce il mondo finisce molto spesso fuori dai bordi.

venerdì 14 novembre 2008

Chiara is...



Chiara è in macchina e sta ascoltando i Bloc Party pensando che l'ultimo album non sia poi così male: è stato giusto assecondare l'anima "disco".
Chiara seleziona le tracce che sono più in sintonia con il suo stato d'animo. Sono perfette per il viaggio e la lasciano sulla superficie proprio come vuole lei.
Chiara si immagina un intero videoclip per la canzone: parla di una ragazza che guida in tangenziale, poi ci sono dei flashback.
Chiara calma il suo nervosismo.
Chiara non dovrebbe essere così suscettibile.
Chiara andrà al concerto dei Dr. Dog e magari penserà ad altro.
Chiara però si chiede - semplicemente - perchè.
Chiara riflette sul fatto che abbia tutta l'ispirazione che vuole quando è triste. Però è molto bello sapere cosa scrivere, avere una direzione. Quindi non vede l'ora di arrivare per mettere giù le righe che sta pensando.
Chiara pensa troppo a se stessa in terza persona, soprattutto se le viene da quella cosa che è il Male.
Chiara trova bellissime, anche solo per stasera, Biko e Signs.
Chiara preleva per la seconda volta, ma sa che i soldi non danno la felicità. Solo le persone.

giovedì 6 novembre 2008

Rivivere cammuffati


Inizierei il disco dalla traccia nr.9 O Ein Dear: è lei il punto da cui si sviluppa l’intero Cheer Gone. Dopo, proseguire fino alla fine e poi ri-iniziare dalla numero 1.

Euros Childs è del Galles, il vecchio Galles. Antica terra celtica del sud, essa rivive cammuffata nei cuori dei nuovi cittadini britannici. Non è questo un disco traditional, quanto semmai una pacata passeggiata fra intimi pensieri su vita e natura (quanto segna l’animo quella frase “Even flowers in bloom one day must die”). La voce incaricata di rivoltarli verso l’esterno è una bassa monodia a tratti pure troppo lamentevole. L’architettura sonora, più che costruire cattedrali e monumenti, si ferma alle piccole capanne: chitarra acustica, una leggera percussione giusto per tenere il tempo, a tratti un soffice organo e se proprio vogliamo esagerare un’armonica a bocca. L’evento più accattivante è una Sing Song Song con tanto di banjo e vivace violino. Fedele alla propria terra, non può poi che assecondare il ritmo delle stagioni: prima traccia è Autum Leaves, seguita da Summer Days. E’ come se vivere al di fuori dello stato naturale fosse un’inutile forzatura. L’aggettivo che lo descrive appieno è tranquillo: nella musica, nel cantato, nell’atteggiamento. E’ capace di accompagnare una piacevole gita solitaria ai bordi della città senza forzarla. Nulla di più.
Altri episodi esterni a questo album (Y Mwnci Drwg, Billy The Seagull ) mantengono lo stesso sguardo sul mondo, pur se francamente molto strambo: andate a guardarli - ridetene anche un pò - e poi tornate a tuffarvi fra campi di grano e fiori che appassiranno.

Giocare la propria carta


Notizie scarse, sito ufficiale in costruzione, solo un oscuro album e curiose sessioni acustiche sulla pagina youtube della Cargo. E' Laetitia Sherif, cantante francese che ha cominciato a cantare testi di Yeats accompagnandosi da sola alla chitarra finchè non ha incontrato Oliver Mellano e Gaël Desbois (entrambi componenti del gruppo Mobiil. Andateli ad ascoltare, sono ancor più interessanti), coi quali nel 2004 ha pubblicato Codification - testi propri e un inglese impeccabile.

Non ha niente a che vedere con le tipiche cantautrici d’Oltralpe piene di sospiri e dolci arpeggi: qui ci si muove navigando in quel nuovo miscuglio che è la commistione di indie chitarroso ed elettronica gentile. Questo secondo disco gioca 12 carte che scommettono sul mondo del tutto particolare di Laetitia. Non per niente nel booklet troverete fogli sparsi (pericolo di perderli: molto alto), uno per ogni brano, sul retro l’immagine rivisitata di carte da gioco in versione “la morte è fra di noi”.

Games Over si presenta come disco buio. Sarà la copertina, o i suoni insieme eterei e scarnificati. E’ energetico, poi ipnotico, a tratti catartico. Si passa il tempo molto piacevolmente, rimbalzando fra riff semplici e incalzanti. Ci sono molte sfaccettature, echi di note à la Amiina fino al ritmo dei Ting Tings; un cantato ripetitivo e a tratti svaccato contrapposto a momenti intimi; passaggi delicati e testi arrabbiati.
Il mondo di Laetitia.

Let the beat control you


Il disco che non ha titolo, se non la grande O che racchiude il nome della band.
Ma il problema è un altro, ovvero l’anima del commercio. Pot Kettle Black e Alligator Skin sono le colpevoli, tracce trascinanti che istigano a comprare della birra o ad ammirare concupiscente l’auto più nuova e scattante. Possibile? Il dubbio rimane e se non lo sapessi non mi accorgerei neanche della più grande attrattiva di questa band: la percussionista tiene il tempo ballando il tip tap. E infatti appaiono pezzi come Dust Me Off e Falling Without Knowing, molto eterei e meno caciaroni ma dotati di un trasporto che non manca di colpire nei sensi. Finisce inevitabilmente che vuoi anche tu la pedana su cui si dimena ammaliante la tap dancer Jamie. Fermarti sui colorati video delle loro performance. Andare avanti a canticchiare “Pot kettle! pot kettle black! / Talk that! talk that smack!”.
L’ultimo atto si consuma con Beat Control. Guardate il video girato autonomamente dai bambini della Grade Four International Class: semplice nelle coreografie come il brano è semplice nel ritmo e nell’amalgama. E si finisce così, canticchiando allegri e pensando: “Sì. Lascia che il ritmo ti controlli”.

mercoledì 8 ottobre 2008

Una musica ritrovata?





Ricordo la vecchia Elisa, quella che sorprendeva muovendosi nei cunicoli di un Labirinto nuovo, misterioso, affascinante.
La ricordo perchè è da tanto tempo che non la ascolto. Ad esempio: c'era Mr. Want; Shadow Zone; Cure Me. Pipes & Flowers non è mai stato un album perfetto e imprescindibile, ma nel suo insieme era una bella gemma musicale. E poi c'era The Marriage, che credo rimarrà la mia preferita sempre e comunque.
Le ascolto dal vivo. E' un percorso a ritroso nel tempo, a ciò che mi piaceva. Le Hexe, dopotutto, sono state una cover band di Elisa, anche nelle cover (vedasino What's Up, Wuthering Heights che avremmo dovuto fare, e Calling You che eravamo a Finale a berci il 120% di tutto e secondo me vale eccome). Sono esaltata dallo spettacolo, dalle sensazioni del ritrovamento.
Si ripensa a 7 anni fa all'Alcatraz (e c'era il nucleopiùnucleo delle Hexe, e vedi che ritornano sempre?). Ora il Forum è quasi pieno, ci sono le trombette da stadio (ma un pò di - non dico gusto - intelligenza??), lei è concentrata a cantare, cambiarsi d'abito e non morire nella tuta di latex. Per fortuna che ci sono i ballerini e la nazionale di ritmica e le luci e lo schermo e le parole di Jim Morrison (che danno sempre un certo tono).
Io sto lì a chiedermi se ci è o ci fa. Prima ci era di sicuro. Oggi chissà. Forse si cambia, e ha un senso cantare Broken, Stay, Gli Ostacoli del Cuore, e altre cose di cui ho perso il conto.
Sono i pezzi su cui si finisce tutto. La mia esaltazione temporanea si affievolisce. I crediti sono fatti a luci accesissime. Per carità, ben vengano, però dopo luci suoni colori ombre e delitti non ci stava proprio. E poi ci sono i bis annunciati che poi bis non sono e non si capisce perchè li si chiami così e devo dire che mi hanno anche stufato che fanno metà concerto illudendoti della fine. Insomma, siamo onesti dai. Oh.
E quindi si finisce con quei pezzi poco significativi. Anche se la gente si alza in piedi e inneggia a Elisa come se fosse una diva, mentre io e Vero siamo sciallatissime nei nostri posti al primo anello pagati da secondo, coi piedi sui sedili di fronte, con occhio fisso sul palco e a metà pure nel backstage, tanto che vediamo sempre prima quando arrivano gli omini coi palloncini in testa e le tutine argentate e il ventilatore raffreddante. E insomma, sono soddisfazioni.
Oggi mi trovo qui e mi chiedo che ne è dei dischi che ascoltavo. Pipes & Flowers, Asile's World, Then Comes The Sun, Lotus (con riserve). Mi ricordo che ieri sera su It Is What It Is io e la mia socia abbiamo avuto la pelle d'oca. Spero che riguardando il video rinascano le stesse emozioni.
Stasera me lo godrò tra le pareti domestiche, pensando. Ascoltando. Dormendo.





this is the marriage of
silence and love
here is the temple where
i come to learn
here are the eternal little
things that i always loved
here sometimes i meet the man
who can see what i see
live what i dream
and be the way he seems
(Elisa @ Dutchforum, Assago - 7/10/2008)

venerdì 3 ottobre 2008

Il mio diamante più splendente


Questa è la serata delle voci ammalianti. Quelle che con la sola loro presenza sono capaci di creare mondi.
Tutto ha inizio con Clare & the Reasons, “ragioni” di sicuro ben motivate da gorgheggi che conducono ai fumosi schermi americani del secondo dopoguerra; ma qui gli intenti sono altri, e la Nostra riesce a cinguettare con trasporto per almeno 5 minuti il solo nome “Obama”: non puoi che sorridere e prendere parte al gioco.
E mentre hai ancora nelle orecchie il suono della sua voce vellutata, ecco che il palco viene addobbato di bandierine a righe bianche e nere, i musicisti (sempre gli stessi) rivestiti di più baloccanti abiti da scena, e infine entra lei, Shara, la Donna Con la Acca Di Più, come poi sospirerà a luci spente.
Lo spettacolo, perchè di spettacolo si deve parlare, è qualcosa a metà fra il numero di magia di un circo e un reading di poesie. Ad un certo punto Shara nomina George MacDonald e il suo libro per bambini (At the Back of the North Wind), una storia - dice - per alcuni aspetti simile all’Alice di Lewis Carroll; qui si apre un mondo. Non puoi che convincerti del fatto che tutta la sua verve, il suo immaginario e soprattutto la sua musica siano votati ad un gioco con ciò che è surreale, romantico, giocoso, deformato, incantato…Una realtà alternativa, come il Paese delle Meraviglie di Alice.
Lo vedi negli abiti. Sono in stile anni Venti, ma un pò più neri e misteriosi…Il viso è dipinto di stelle e luna argentate, magiche. Come se si trattasse di un gotico passato da rivivere attraverso una di quelle palle di vetro innevate. Anche la sua musica è così, ricorda un cantato che esce rotto e incantevole da un vecchio grammofono, contrapposto però a basi sintetiche leggermente beat. Ed eccola infatti che si muove con disinvoltura fra campionamenti, marimbula, chitarre, distorsioni, mentre gli altri 3 musicisti che l’accompagnano - viola, violino e contrabbasso - giocano fra le possibilità dei loro strumenti pizzicandoli, strusciandoli, graffiandoli. Il polistrumentista Olivier Marchon tira poi fuori carillon e sega, e sembra di essere al concerto delle Amiina. Shara, eterea e dolce, si trasforma di volta in volta in grintosa rocker, bambina prestigiatrice (pensate, ha un coniglio nel cappello!), poetessa. Chiacchiera col poco pubblico presente - dopotutto è come aver incontrato la propria amica al pub sotto casa - e incita a supportarla con più energia. E come fare? Quando i suoni cominciano a dipanarsi, sei proiettato in un’altra dimensione. Solo a fine brano scroscia l’applauso, ti risvegli, e le vuoi dimostrare tutto il tuo apprezzamento. Il boato è tanto più disorientante dopo l’ultima mirabilia: ombre cinesi improvvisate dietro ad un semplice lenzuolo diventano due simpatici burattini innamorati: volano via assieme ad uccelli colorati, leggeri come la musica che ci trasporta all’uscita.